Stranger Things è finita.
Sulla serie, ambientata nei magici anni 80, in un ipotetico paese americano, che ha avuto un inaspettato successo, spiazzando gli stessi autori, cala il sipario.
La serie è durata più del necessario? Sicuramente.
Ma le regole del mercato impongono, quando un prodotto funziona, di sfruttarlo al massimo per massimizzare il guadagno.
Non posso dare torto alla produzione e alla fine mi sono comunque divertito e anche emozionato, riascoltando brani degli anni 80, rivivendo alcuni oggetti del periodo, in un caotico guazzabuglio di nostalgia e fantasy bene mescolati insieme.
Io ero uno sfigato negli anni 80, poche donne, poche speranze e un gruppo di amici che magari avesse potuto combattere un qualsiasi caos e uscirne vittorioso.
Però sono sopravvissuto e come i protagonisti della serie adesso sono qui a convivere con ricordi, sensi di colpa e momenti di pura nostalgia.
La serie può piacere a chi non ha paura di affrontare il fantasy e il caos e a chi riesce a convivere con la commercializzazione dei prodotti ben riusciti.
Su Netflix


